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Alessandro Gnocchi
rACCOLTE IN UN LIBRO LE FOTOGRAFIE SCATTATE DA GUIDO HARARI NELLO STORICO TOUR DEL CANTAUTORE CON LA PFM. UN COLLAGE DI ANEDDOTI, PROVOCAZIONI E AUTOIRONIA. Il cantante di successo ama il clichè. La rockstar sguazza felice nei luoghi comuni che danno immagine e fanno vendere. Qualche tempo fa venne Lou Reed a Milano. Si presentò alla conferenza stampa e tutto andò come doveva andare. Male. L'autore di Sweet Jane è noto per lo spirito con il quale affronta i giornalisti (al limite della rissa verbale gli scontri con il suo alter ego Lester Bangs). Lou arrivò con la faccia scura, rispose a monosillabi, mostrò disgusto per almeno metà delle domande. Fu un crescendo surreal, rafforzato dal fatto che indossava un piumino in una stanza fresca come un forno crematorio.
La rockstar, dopo aver smentito tutti, si lamentò di qualsiasi cosa, anche dei massaggiatori scadenti reperibili in città. Recitava da attore consumato. Un attimo dopo essere sceso dal ring, lo scontroso newyorchese era di ottimo umore e firmava autografi senza fiatare a tutti gli scocciatori nei paraggi, me incluso. Visto che era li per presentare un libro di fotografie gli chiesi se conosceva qualche fotografo italiano. Risposta: "solo Guido Harari". In questi giorni trovate in libreria Fabrizio De Andrè & PFM. Evaporati in una nuvola rock. (Chiarelettere, pp. 240, euro 37), un volume firmato proprio da Guido Harari e Franz Di Cioccio, batterista e voce della Premiata Forneria Marconi. Trattasi del diario ufficiale della storica tournèe (1978 - 1979) che vide il sodalizio tra Fabrizio De Andrè e la PFM poi immortalato in un famosissimo Lp doppio dal vivo.Al seguito dei musicisti c'era Harari, armato di macchina fotografica e con libero accesso a qualsiasi zona del palco e del backstage. Fece scatti eccezionali."Oggi sarebbe impossibile fotografare degli artisti così disarmati e così vivi, ma qui siamo nel 1978", scrive Harari. Vero. Ma forse anche nel 1978 nessuno, a parte De Andrè, avrebbe accettato di farsi immortalare addormentato per terra, accanto a un termosifone, o "appeso" per il maglione a un attaccapanni per "esorcizzare" la carta dei tarocchi che meno gli piaceva (l'impiccato), o ancora nel mezzo di una discussione accesa con Di Cioccio poco dopo aver subito la contestazione del pubblico. SCATTI DIVERSI DAL SOLITO
Nel 1978, come oggi, piaceva la foto evocativa che conferisce l'aspetto bello e tenebroso prediletto da ogni star che si rispetti. Per intenderci, il maestro di questo genere è il tanto celebrato quanto patinato Anton Corbijn, inventore del look degli U2 e Depeche Mode, tanto per citare un paio dei suoi numerosi clienti. Al contrario, nel volume di Harari si vedono musicisti con lo strumento appeso al collo in giro per corridoi lunghi e tristi; De Andrè che piscia (o finge di farlo) in un angolo; cavi e chitarre abbandonate sul palco; tecnici delle luci appesi in cielo; la PFM in mutande; il gruppo quasi mai in posa e spesso ripreso di spalle sul palco. Camerini costosi e bizze da divi? Neanche a parlarne: ci sono sono solo spogliatoi da palazzetto dello sport. Al posto dello Champagne d'annata si intravede la bottiglia diGlen Grant. Unico lusso: macchina con autista per il non guidatore De Andrè. Tutto è lontano mille miglia dalla mitologia pop. E' la bravura di Harari ma anche lo spirito di De Andrè e compagnia. Di Cioccio racconta la storia della collaborazione umana e musicale fra la band e l'autore genovese. Il quale attribuisce senza problemi ai compagni di viaggio i meriti che spettano loro: "Ai miei musicisti ho sempre chiesto parecchio, a tutti, e sempre ho ricevuto di più. Non credo di essere ingeneroso con tutti gli altri, se dico che quella con la PFM è stata un'esperienza irripetibile". La PFM è la nazionale del rock italiano e De Andrè incrocia il suo cammino in un momento di crisi: "Ero tormentato" dice "da interrogativi sul mio ruolo, sul mio lavoro, sull'assenza di nuove motivazioni". De Andrè rivela a Di Cioccio di sentirsi superato, inattuale, inutile. Vuole fare l'allevatore in Sardegna. Non gli va di comporre perchè non è più il suo tempo. La PFM invece è reduce da un'avventura americana iniziata bene e finita male, ma è all'apice della forza creativa. Il tour è la scintilla da cui nascono i capolavori degli anni successivi: De Andrè si scrolla di dosso l'etichetta di George Brassens d'Italia e inizia a esplorare mondi musicali diversi grazie all'aiuto di collaboratori come Mauro Pagani, ex PFM assente però nel 1978. Nel 1984 arriva il primo capolavoro: Crèuza de mà. Per il secondo, Le nuvole, bisogna aspettare altri sei anni, ma ne vale la pena. Nel libro ci sono molte perle. Oltre alle foto e al diario ci sono molte testimonianze di tutti i musicisti coinvolti, incluso De Andrè, un tipo che amava provocare. A Roma, a Napoli e altrove, c'è chi contesta, un classico dell'epoca, l'autonomia, gli extra parlamentari, la musica gratis e baggianate del genere. Il clima è teso, De Andrè pensa di mollare e tornare a casa, tuttavia non rinuncia a stuzzicare il pubblico. OFFESE E CONTESTAZIONI
A un certo punto, inizia a introdurre Il giudice, brano ispirato a una poesia di Edgar Lee Master, con queste parole: "E' una canzone che parla di un uomo piccolo, della carogneria della gente di provincia, dei piccolo borghesi che certe volte approfittano...". Qui viene regolarmente interrotto dal pubblico in estasi. Ma lui raffredda l'entusiasmo: "Grazie per avermi applaudito perchè io mi considero un piccolo borghese, comunque vi ringrazio molto". A chi intona i cori "Scemi, scemi", risponde: "Se non vi sta bene che suoniamo, l'unico modo per farci smettere è l'eliminazione fisica".Segue lancio di lattine piene sul palco, Di Cioccio è centrato in pieno nella tappa di Udine. A Firenze ribatte al pubblico inferocito: "Imbecilli. Ma andate a leggervi Toni Negri". E non si capisce se sia una battuta o un consiglio, visto che Harari dice che in quei giorni De Andrè aveva con se un libretto del novello Marx di Padova. Sono le contraddizioni di De Andrè, il quale oscilla fra rossa anarchia e ricca borghesia. Un provocatore, si diceva. Dotato di autoironia, aggiungiamo. Chissà che effetto gli farebbe assistere alle celebrazioni per i dieci anni dalla sua morte (11 gennaio 2009). Unico cantautore in odore di poesia vera, diceva di essere "cantautore" e non poeta. In quanto alle sue venerate creature, ci scherzava sopra come racconta il figlio Cristiano. Ecco quindi la versione porno di Marinella: "Questa di Marinella è la storia vera, / che se la prese in culo a primavera" . La guerra di piero, rivista e corretta, aveva invece questo incipit: "Caghi nascosto in un campo di grano, / e per pulirti non hai che la mano", fino allo sfregio definitivo, quello riservato alla tragica Amico fragile, in cui Fabrizio fa i conti con alcol, narcisismo terminale, e depressione cosmica. La disperazione è trasformata in un lamento causa impotenza fisica: "E mai che mi sia venuto... duro". Con tanti saluti alla retorica. |