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Di Mauro Pagani Fabrizio De Andre', si definiva uno "scrittore di novelle". Suona un po' riduttivo, e' vero, per noi che abbiamo cosi' tante volte ascoltato le sue parole, cosi' suggestive, cosi dense di sentimenti e di amore per la vita, di passione e di carita'. Ma la definizione che lui dava di se', sotto il velo minimale che gli era abituale, dice molto di Fabrizio e del suo modo di lavorare. Ho avuto la grande fortuna di scrivere con lui due dischi, peraltro molto diversi tra di loro, e in entrambi i casi mi sono reso conto che la cosa piu' importante per lui, la prima in assoluto, era la scelta di "cosa" raccontare. Non lo stile musicale, gli arrangiamenti o quant'altro, ma "dove andiamo, di chi parliamo". La seconda domanda era naturalmente "come?"
La combinazione di questi due elementi si portava dietro con grande naturalezza ogni altra scelta: personaggi, parole, arrangiamenti. Fabrizio passava il suo tempo a leggere, osservare, ascoltare. Guardava, borbottava, prendeva appunti su sgualciti quaderni di scuola, pieni di righe fitte, costellati di cancellature e correzioni. stava seduto immobile in mezzo alle cose e lasciava che le parole dei suoi mille libri, cio' che gli raccontava la gente o piu' semplicemente l'infinita logorrea della televisione lo attraversassero e accendessero qua e la' scintille e lumi. All'inizio del lungo viaggio di Creuza de ma l'unica cosa che ci era chiara era che volevamo fare un viaggio a sud e a est. I primi pezzi furono scritti nella convinzione che sarebbero stati cantati in una lingua strana e da inventare, l'affascinante impasto di mille idiomi di un marinaio lontano da casa da troppo tempo, imbarcato da sempre su navi di ogni bandiera. Eravamo fortunati, l'idea era meravigliosa, ci offriva mille possibilita', inclusa pero' quella di perderci lontano, in una sorta di limbo letterario senza emozioni e senza identità. Fabrizio si porto' via il nastrino dei provini, cantati da me in una sorta di arabo maccheronico, ci rimuggino' un paio di settimane e poi un giorno venne a trovarmi e mi disse: "Questa roba io la posso scrivere solo in genovese". Questa intuizione cosi' coraggiosa rappresento' di fatto la vera svolta del disco. Tutto insieme si defini il "dove", il "cosa", il "come". Il viaggio immaginario era diventato di colpo reale e vivido, la musica abito naturale di ricordi, cronache e leggende di un passato neanche tanto lontano. In una settimana Fabrizio aveva gia' trovato tutti i personaggi, tutte le citta' in cui fare scalo e soprattutto un passo narrativo degno dei piu' grandi cantastorie. Scrivere quel disco di fatto e' stato davvero facile: in fondo e' stato molto piu' faticoso il lavoro in sala registrazione, presi come eravamo dai mille dubbi e incertezze che un progetto cosi' nuovo si porta inevitabilmente dietro.
La gestazione di Le nuvole e' stata invece molto piu' lunga e per molti versi piu' interessante. In Creuza in fondo ci eravamo divisi i compiti, lui i testi, io le musiche. Quando cominciammo a lavorare al disco nuovo ci rendemmo conto invece che con il passare degli anni il nostro rapporto si era fatto piu'profondo, che le nostre conoscenze sempre piu' si intrecciavano e si influenzavano a vicenda. Cosi' stavolta tutto prese forma e identita' davvero a quattro mani, prima, chiaccherando, inventando, facendo e rifacendo. Soprattutto guardandoci intorno, con un'attenzione al mondo del tutto diversa da quella del disco genovese. Il "dove" stavolta fini' per essere l'Ottocento, l'Ottocento cattolico e borghese delle grandi utopie, del colonialismo e delle guerre senza senso, cosi' simile per contenuti e scelte ai tempi odierni, in fondo solo un po' piu' veloci e molto piu' isterici. Tutto quello che avevamo tra le mani di nuovo trovo' peso e collocazione, dai ricchi ateniesi di Aristofane, cosi' simili ai nostri, all'ignavia di Oblomov, dall'incanto malinconico di Cajkovskij alla saggezza un po' guittesca e senza tempo del secondino Pasquale Cafiero.
Quando il disco fu terminato Fabrizio se lo porto' a casa e dopo qualche giorno mi telefono'. "Manca qualcosa, e' tutto bello ma un po' troppo leggero, manca quello che pensiamo davvero di tutto questo, manca quello che purtroppo ci e' accaduto. Cosi' qualche giorno dopo partimmo per la Sardegna, e dopo aver fatto il pieno di bottiglioni di Cannonau ci nascondemmo all'Agnata, la sua tenuta in Gallura. Fabrizio tiro' fuori uno dei suoi famosi quaderni, e le cento righe di appunti quasi casuali, raccolti in anni di letture di libri e quotidiani, in tre giorni diventarono la descrizione lucida e appassionata del silenzioso, doloroso e patetico colpo di Stato avvenuto intorno a noi senza che ci accorgessimo di nulla, della vittoria silenziosa e definitiva della stupidita' e della mancanza di morale sopra ogni altra cosa.
Della sconfitta della ragione e della speranza. Credo che nel testo della Domenica delle salme ci sia tutta la grandezza di Fabrizio narratore. Ci sono tutti gli elementi per capire, ma tutto e' raccontato, non ci sono sintesi o giudizi, che come lui diceva spesso nelle canzonette sono peccati mortali. la visione del tutto scaturisce dalla somma di tante piccole storie personali, nessuno grida in quella ridicola tragedia. Nessuno punta il dito, tutto si spiega da se'. E nell'elenco dei patetici fallimenti, come tutti i grandi Fabrizio non dimentica il proprio e quello dei suoi colleghi canterini, giullari proni e consenzienti di una corte di despoti arroganti e senza qualita'. Quanto fosse profetica questa canzone scritta piu' di quindici anni fa credo sia sotto gli occhi di tutti. Dopo quei tre giorni mi sono portato a casa il testo e ho cominciato a suonarci intorno. Musicarlo è stato piu' facile di sempre, le pause, gli accenti, le melodie stavano gia' li', nascosti in mezzo alle parole. Ogni volta che la canto o semplicemente la riascolto, non posso fare a meno di emozionarmi, e ringraziare la buona sorte per tanta grazia. |